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Gocce di Anatomia: Coronavirus, come evitare la dermatite da mascherina

Ormai << ci abbiamo fatto l’abitudine >>, leggiamo nel sito di un popolare quotidiano online, il quale con un articolo ci rammenta che la loro efficacia è tale solo quando le indossiamo tutti, in quanto non impediscono, potenzialmente, al virus di entrare ma riducono l’uscita dal nostro cavo orale delle goccioline di Flügge [microgocce di saliva e vapor acqueo che prendono il nome da Carl Georg Friedrich Wilhelm Flügge, professore ordinario di igiene e microbiologia all’Università di Wrocław (in italiano, Breslavia), il quale per primo teorizzò che queste goccioline (emesse dalla cavità orale principalmente con la tosse e gli starnuti) fossero in grado di rimanere sospese in aria e di veicolare agenti patogeni (virus e batteri) di numerose malattie infettive].
Ci riferiamo ovviamente alle mascherine. E – pur precisando che non ci siamo affatto rassegnati, ma le tolleriamo con giobbica pazienza – vorremmo oggi spiegare le basi anatomiche di ciò che molti individui patiscono in queste settimane, la “dermatite da mascherina”, patologia che presto – siamo pronti a scommettere – troverà posto nei libri di microbiologia e dermatologia.

Ovviamente partiamo dall’apparato tegumentario, ossia l’insieme degli organi e dei tessuti che riveste tutto il nostro corpo, isolando l’ambiente interno da quello esterno. Esso è costituito dalla cute (quella che comunemente chiamiamo “pelle”), dal sottocute e dai cosiddetti “annessi cutanei” (le unghie, i peli, le ghiandole sebacee e quelle sudoripare).
La cute, a sua volta, è fatta da due strati, uno più superficiale (l’epidermide) e uno sottostante (il derma). L’epidermide è un insieme di cellule, prevalentemente epiteliali, che ha principalmente lo scopo di formare una barriera resistente contro stress esterni, quali ad esempio il calore o traumi di natura meccanica. Queste cellule – che vanno incontro a un continuo rinnovamento – sono unite tra loro da forti giunzioni intercellulari, e ulteriori giunzioni le collegano alla membrana basale, uno strato di proteine che le separa dal derma sottostante.

Il derma è forse ancora più importante dell’epidermide, in quanto: 1) contiene vasi ematici, che apportano nutrimento anche all’epidermide (la quale è priva di vasi); 2) ospita cellule immunitarie, che sono anche in grado di scivolare tra le cellule epidermiche per svolgere funzioni di immunosorveglianza; 3) diffonde sostanze che stimolano il costante rinnovamento dell’epidermide; 4) alberga i bulbi piliferi, inviando loro stimoli trofici; 5) accoglie le ghiandole sebacee (che hanno il compito di produrre una sostanza, il sebo, che lubrifica e rende impermeabili e morbidi il pelo e l’epidermide circostante) e quelle sudoripare (ve n’è più di un tipo – a seconda delle regioni corporee dove si localizzano – per ragioni funzionali che non è conveniente dettagliare in questa sede); 6) presenta numerose tipologie di recettori per la trasduzione di stimoli di varia natura (sfioramento, pressione, vibrazione, calore, etc.) in impulsi elettrici, veicolati al sistema nervoso centrale attraverso i nervi; 7) possiede ulteriori funzioni endocrino-metaboliche per le quali si rimanda a testi specialistici.
Vorrei adesso focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti: la cute non ha sempre lo stesso spessore; in alcune regioni è più sottile (ad esempio nel viso) rispetto ad altre (come la palma della mano o la pianta dei piedi). Laddove è più sottile, ovviamente, è maggiormente soggetta a microtraumatismi. Inoltre, nella cute vi risiedono numerosi tipi di patogeni, in primis alcuni tipi di batteri, che tuttavia non causano di norma infezioni in quanto le giunzioni tra le cellule epiteliali da una parte e il sebo (che contiene anche sostanze ad azione battericida) dall’altra, lo impediscono.
Se nella cute si formano lesioni (anche microlesioni), i batteri possono insinuarvisi e proliferare, determinando un’infezione e una conseguente infiammazione (richiamo di cellule immunitarie con lo
scopo di contrastare la proliferazione batterica, consentendo al contempo la riparazione e il ripristino dell’integrità cutanea nonché distruggendo gli agenti patogeni).
Il sudore rappresenta il Giano bifronte della situazione: normalmente, il sudore impedisce alla cute di asciugarsi, umidificandola e proteggendo le cellule da un pericoloso stress da essiccamento, che li porterebbe prematuramente a morte. Dall’altro canto, invece, quando ce n’è troppo, diventa un pabulum fenomenale per i batteri, che lo usano per proliferare maggiormente.
Anche i batteri, infatti, temono l’essicamento, mentre preferiscono l’umidità e il calore per proliferare; pertanto, lasciare coperta e bagnata per troppo tempo una regione cutanea la espone facilmente al rischio di dermatite batterica.

Le mascherine fanno proprio questo: tenerle troppo a lungo predispone alle dermatiti, soprattutto nelle donne, in quanto – avendo peli di numero e di dimensioni assai minori rispetto agli uomini – hanno un minor numero di ghiandole sebacee (anche nel volto) e di conseguenza una ridotta produzione di quel prezioso sebo con azione batteriostatica/battericida. Inoltre, le donne applicano frequentemente, sulla cute del viso, prodotti di cosmesi decorativa che limitano la fisiologica “respirazione tissutale”, aumentandone in queste condizioni lo stress cellulare.
Se a ciò aggiungiamo che molto spesso “dimentichiamo” di buttare, dopo il suo utilizzo, la mascherina (coi germi che vi si sono depositati e che intanto, grazie all’umidità e al sudore che vi abbiamo trasferito, vi proliferano “allegramente”), riusandola più e più volte e ritrasferendo in questo modo ogni volta sulla nostra regione periorale i batteri – i quali si assommano a quelli che intanto vi si sono spontaneamente depositati – capirete bene che… “la dermatite è fatta”! La cute intorno alla bocca presenterà tutti i segni e sintomi dell’infiammazione, di ippocratica memoria: rossore (rubor), calore (calor), rigonfiamento (tumor), dolore (dolor) e ipersensibilità (functio lesa).
Come prevenirla allora? Sicuramente è raccomandabile sostituire spesso la mascherina anche impiegando – alternandole – quelle lavabili (con la precauzione di usare nel lavaggio sostanze battericide, come il bicarbonato, l’aceto o l’ipoclorito di sodio) e inoltre – quando si torna a casa – oltre che le mani lavare abbondantemente con acqua e sapone anche la zona del volto che è stata a contatto con la mascherina. Una precauzione in più per un problema in meno, in attesa di un vaccino, la cui somministrazione farà molto probabilmente cadere l’obbligo di indossare questo fastidioso orpello.

di Francesco Cappello
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